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«In questa predilezione per le forme brevi non faccio che seguire la vera vocazione della letteratura italiana». Così scriveva Italo Calvino nel 1985, nella seconda delle sue Lezioni americane, dedicata alla rapidità. E in effetti, dal Decameron alle novelle di Verga, D’Annunzio e Pirandello, una parte non trascurabile della letteratura scritta in lingua italiana è costituita da raccolte di racconti brevi, in qualche caso inseriti in più ampie e complesse cornici narrative. Anche nel secondo Novecento, che pure vede il persistere del romanzo come genere letterario di maggior prestigio, si continua a riservare una notevole attenzione alla forma racconto. Oltre che del già citato Calvino (ad es. come autore del postumo Sotto il sole giaguaro), nel corso del seminario ci si potrà occupare in particolare di questi libri: Anna Maria Ortese, Il mare non bagna Napoli; Natalia Ginzburg, Le piccole virtù; Primo Levi, Il sistema periodico; Goffredo Parise, I sillabari; Antonio Tabucchi, Piccoli equivoci senza importanza; Gianni Celati, Narratori delle pianure; Fleur Jaeggy, La paura del cielo; Anna Felder, Nati complici; Daniele Del Giudice, Nel museo di Reims; Laura Pariani, La perfezione degli elastici (e del cinema); Giovanni Orelli, I mirtilli del Moléson.
Una recente introduzione alla storia della narrativa breve nella letteratura italiana è il volume Le forme brevi della narrativa, a cura di E. Menetti, Roma, Carocci, 2019 (2a ed. 2020); si veda in particolare il decimo e ultimo capitolo: G. Iacoli, Contenitori di forme brevi nel secondo Novecento, ivi, pp. 219-246. |